CVLTO: A TRASTEVERE, UN SALOTTO IRREVERENTE TRA SACRO E PROFANO

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A ridosso di Piazza Trilussa, nel cuore della movida romana, Culto porta una Mixology “divina” e una interessante cucina di carne firmata dal nuovo chef Luca Grasso.

Culto, aperto in piena emergenza sanitaria e soggetto a lungo alle restrizioni del tempo, è riuscito solo nell’ultimo anno ad entrare nel vivo del suo concept. In Vicolo del Quartiere, a ridosso di Piazza Trilussa, c’è infatti uno spazio dedicato al bere bene accompagnato da una buona cucina di carne. Il progetto nasce da Gloria Bufi, imprenditrice e proprietaria del locale da quando questo vestiva ancora i panni di un negozio di articoli religiosi, dettaglio che ne ha suggerito il nome. I tavoli in legno, il cemento alle pareti, la bella bottigliera a vista, il bancone e l’elegante tavolo imperiale trovano spazio per 50 coperti interni oltre ai 15 che possono essere ospitati nel piccolo e riservato cortiletto esterno. Profanato l’ex negozio religioso ha preso il là l’idea, frutto del gruppo di soci Andrea Amici e Luca Giardino. L’ultimo arrivato, ma che ha portato ad un upgrade della proposta food, è lo Chef Luca Grasso con esperienze da sous chef al Four Season di Londra e, a Roma, al Marco Martini Restaurant. Il suo arrivo ha portato estro ed estrema ricercatezza ad una cucina che ora viaggia di pari passo con il cocktail bar.

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Si inizia ogni giorno dalle 18:30 con l’aperitivo, eccetto il sabato e la domenica che partono invece dal brunch delle 11:00. Una drink list curiosa e stagionale viene abbinata alle tapas in cui l’Oriente arriva a Roma come con il Bao “Amatriciano” o il Gyoza fritto alla romana (bollito alla picchiapò, patate e mentuccia). La proposta della cucina è prettamente di carne in nome della tradizione di famiglia che, da generazioni, è legata all’attività di macelleria. È così che la cena spazia tra il carpaccio d’anatra affumicato, la faraona ripiena, le tante tartare, la guancia di manzo travestita da bollito, il culto burger (interamente home made, dalle salse al pane) e infine, anche qualche proposta vegetariana come la bistecca di cavolfiore e il carpaccio di zucca, per un menu inclusivo a 360 °. Culto è un’oasi di puro relax e godimento nel cuore della movida romana dove poter assaporare ottimi piatti esaltati da vini, anche biologici e naturali, e cocktail in abbinamento. Il Cocktail Bar è guidato dal Bar Manager Giorgio Menotti, 30 anni e con esperienze importanti anche nei 5 stelle lusso londinesi e dal secondo barman Marco Alberto Polidori. La cifra stilistica del bar è senza dubbio la preparazione home made di chutney di zucca o castagne ma anche fermentati come base dei drink. Le creazioni si sviluppano in 8 signature, ispirati tutti alle divinità nordiche: Loki – la divinità dell’inganno: un cocktail al gusto kiwi, apparentemente acido, reso dolce dal rosmarino e dalle note balsamiche (un inganno ben celato!); Thor – il Fulmine: bombay dry, muslum, lime e zenzero preparato con miele e vin brulè per donargli la classica tonalità gialla del fulmine; Odino – Il padre degli dei: Ryttenhouse rye, mirto e porcini. I cocktail poi sono tutti legati alla stagionalità del prodotto così da esaltarne la freschezza in rivisitazioni dei grandi classici della miscelazione come con il Cardinale o il Sacro Spritz, rivisitazione del Bar Manager che ha reinterpretato lo spritz veneziano. La cocktail list propone anche 4 analcolici (Mo – Gi; Mo – Mule; Mo – Tonic; Mo – Sour) e, in generale, drink reinterpretati traendo spunto dalla cucina: preparazioni a bassa temperatura con zuccheri e succhi acidificati, spume, infusioni, fermentazioni e stagionalità. Immancabili poi i gin che tra più di 30 proposte da tutto il mondo soddisfa tutti i gusti a partire dal Gin Mediterraneo, vincitore nel 2021 del premio di miglior gin italiano. Culto è anche un progetto di design che risponde al nome dell’artista romano Francesco Pogliaghi. Culto è irriverenza con i grandi lampadari di cristallo che scendono giù dal soffitto in cemento grezzo. È un salotto con divani in velluto celeste e rosso porpora che fanno da coda al grande cuore anatomico raffigurato sulle pareti. Un’immagine nitida di uno spazio che è stato finalmente lasciato libero di provocare senza remore.