Le piccole e medie imprese italiane attraversano nel 2026 una fase di transizione segnata da spinte contrastanti tra accelerazione tecnologica e prudenza sugli investimenti. Lo confermano diversi rapporti pubblicati nel corso dell’anno, che fotografano un tessuto produttivo diviso tra chi investe in innovazione e welfare e chi, soprattutto tra le realtà più piccole, fatica a colmare il divario di competenze in un contesto internazionale instabile.
Intelligenza artificiale: adozione in crescita ma con forti disparità dimensionali
Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese italiane che utilizzano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è più che triplicata, passando dal 6% al 16,4%. Il dato complessivo nasconde però differenze marcate legate alla dimensione aziendale: le grandi imprese, con almeno 250 addetti, adottano l’AI nel 53% dei casi, le medie imprese nel 27%, mentre tra le piccole realtà fino a 49 addetti la quota scende al 14,2%. Per le PMI che hanno valutato l’intelligenza artificiale senza poi adottarla, l’ostacolo principale resta la carenza di competenze interne.
Un quadro simile emerge dalla Ricerca 2025-2026 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, diffusa lo scorso maggio: il 76% delle PMI italiane non ha investito né prevede di investire nell’intelligenza artificiale, solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sul tema e il 47% non ha svolto attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni. Secondo l’Osservatorio, il rischio principale per le imprese non è tanto tecnologico quanto competitivo, legato alla capacità di collegare digitalizzazione, organizzazione interna e competenze.
Non mancano tuttavia segnali di accelerazione su altri fronti digitali: negli ultimi due anni è cresciuto sensibilmente l’uso dell’analisi dei dati tra le imprese, così come l’adozione di sistemi gestionali ERP e delle soluzioni basate su cloud computing.
Welfare aziendale: un settore in piena maturità
Sul fronte del welfare il quadro appare più incoraggiante. Il Rapporto Welfare Index PMI 2026, che ha coinvolto oltre 7.000 imprese italiane, segnala che il 76,5% delle aziende di piccole e medie dimensioni ha superato il livello medio di welfare aziendale. Ancora più significativo il dato di lungo periodo: le PMI con un livello di welfare molto alto o alto sono triplicate, passando dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026. Parallelamente si riduce il peso delle imprese che limitano il welfare al solo adempimento contrattuale, oggi appena il 18,2% del campione.
Il modello di analisi alla base del rapporto copre dieci aree, dalla previdenza alla conciliazione vita-lavoro, dal sostegno economico ai lavoratori fino alla responsabilità sociale verso territori e comunità.
Un clima di incertezza diffuso tra gli imprenditori
Non tutti i segnali raccolti sono positivi. Un’indagine della CNA diffusa a inizio 2026 fotografa un tessuto imprenditoriale — in particolare tra commercianti e artigiani — attraversato da forte cautela: il 53% degli imprenditori ha dichiarato di non voler fare previsioni né investimenti importanti nel breve periodo. Le preoccupazioni si riflettono anche sull’occupazione: il 70% delle imprese prevede di mantenere invariato l’organico, il 20% si troverà costretto a ridurlo e solo il 10% valuta nuove assunzioni.
A pesare su questo scenario contribuiscono anche le tensioni sui mercati internazionali: nei settori del made in Italy a maggiore presenza di micro e piccole imprese, come tessile e abbigliamento, i dazi statunitensi e la svalutazione del dollaro hanno iniziato a farsi sentire sull’export, mentre altri comparti manifatturieri mantengono una dinamica più solida.
Il quadro d’insieme
I dati disponibili nel 2026 restituiscono un sistema di PMI a due velocità: da un lato una parte del tessuto produttivo che investe in innovazione, welfare e capitale umano; dall’altro una quota ancora ampia di imprese, soprattutto le più piccole, che fatica a colmare il divario di competenze e resta prudente sugli investimenti in un contesto internazionale instabile. Colmare questo divario resta la sfida principale per il sistema produttivo italiano nei prossimi anni.
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