CONFARTIGIANATO IMPRESE MODA – LETTERA al PRESIDENTE DEL CONSIGLIO avv. GIUSEPPE CONTE

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Sig. Presidente,
la Moda è il secondo asset strategico del Paese, dopo la meccanica. Coinvolge centinaia di migliaia di operatori, donne e uomini italiani e quando antepongo il gentil sesso creda, non lo faccio certo solo per galanteria. Il lavoro femminile nel tessile/moda ha caratterizzato, dal dopoguerra ad oggi, un netto mutamento social nazionale, un’evoluzione culturale, una trasformazione dei classici canoni che volevano soltanto gli uomini, produttivi in prima linea. La moda per noi italiani è stato riscatto, forte emancipazione ed eccezionale rilancio economico.
Perfino oggi, a distanza di quasi un secolo, possiamo osservare nei nostri distretti un enorme tessuto produttivo ad altissima vocazione familiare, per alcuni scellerati addirittura troppo piccolo per restare in vita, quasi come la storia del calabrone che vola perché non lo sa. Io voglio invece raccontarLe di un mondo che esiste eccome, che è vivo e che chiama a sé, gridando al cielo, quella dignità e quell’attenzione non solo politica che in un Paese rispettabile di tale nome dovrebbe essere al centro di ogni agenda ministeriale, nelle prime pagine di tutti i più blasonati giornali e nel cuore di ogni italiano.
Sono le micro e piccole imprese del tessile/moda, quelle che, in linea con le direttive di contrasto al Covid-19, hanno dovuto sospendere le proprie attività con il più alto grado di rischio, con la maggiore incertezza sul domani e con le lacrime agli occhi. La crisi economica generata dall’emergenza comporterà, per il settore, una moltitudine di gravissime conseguenze che andranno ad impattare sull’equilibrio finanziario e sulla leva occupazionale sino a compromettere la continuità produttiva. Compromettere la continuità produttiva del secondo asset strategico del Paese.

Ora, volendo cogliere il Suo prezioso consiglio, quello suggerito del resto a tutti i nostri connazionali forzatamente a casa, di dedicare del tempo alla sana e proficua riflessione, alla riscoperta delle priorità e dei buoni modelli di vita e del sempre fruttifero studio di nuovi progetti, mi giunge facile la conclusione che attraverso questa enorme nuova crisi mondiale, avremo l’opportunità di seguire un nuovo percorso, più vicino a noi di quanto immaginiamo, indispensabile per la ricostruzione nazionale cui saremo chiamati quando tutto questo incubo sarà alle nostre spalle.
Le proposte? Sono già sul Suo tavolo.
Chiediamo che ogni singolo centesimo degli italiani presenti e futuri, visto che la ripartenza coinvolgerà in modo sensibile l’indebitamento del nostro Paese per moltissimi anni ancora, sia gestito con estrema ponderazione ma senza troppa burocrazia, senza accondiscendenze al più forte del momento e con lo spirito, mai troppo, del buon padre di famiglia.
Chiediamo si sostenga in primis l’occupazione, finanziando anche una cassa integrazione straordinaria per i casi di crisi aziendali più gravi, le risorse umane tutte ma nel nostro settore in particolar modo, sono una ricchezza assai rara che tutto il mondo ci invidia. A fronte della sospensione totale del pagamento delle rate dei mutui e dei finanziamenti, per almeno dodici mesi dalla data di dichiarazione della fine dello stato di emergenza e senza che pregiudichi alcuna penalizzazione sugli indici di valutazione aziendale, attivare nuove misure per fornire liquidità a tutte le micro e piccole imprese per rispondere ad ogni tipo di esigenza con modalità semplificate e accelerate, con tassi agevolati e con piani di rientro a lungo termine.
Per dare sufficienti impulsi alla ripartenza sarà fondamentale sostenere le nostre realtà di piccole aziende con un pesante credito di imposta, per la creazione di nuovi prototipi e collezioni da presentare ai mercati domestici e internazionali, tenendo ben presente che lo stereotipo tradizionale, quanto oneroso, di partecipazione alle fiere di settore in genere, già molto prima della diffusione del Coronavirus aveva dato segni di notevole flessione, mettendo le aziende in condizione di veder vanificare spesso gli investimenti in spazi espositivi a fronte di scarse opportunità di business. In tal senso facciamo notare che, nelle agende fieristiche globali prossime future, vediamo assicurate date per Giugno/Luglio prossimi con richieste anticipate del totale pagamento, pena l’esclusione, senza la minima garanzia che le stesse si terranno e con l’enorme incertezza che, qualora confermate, esse stesse possano rappresentare una minima opportunità commerciale, con una irrisoria presenza di buyers.
Ci aspettiamo una forte spinta all’internazionalizzazione, come da Lei anticipato, sotto forma di agevolazioni per le piccole imprese prefigurando, attraverso ICE Agenzia, un percorso internazionale di promozione a costi minimi che permetta alle MPMI di presentare i propri prodotti in maniera sinergica e rafforzata con una forte e mirata comunicazione volta a fare unica e massiva la voce del vero Made in Italy.

Non reputiamo prioritario, almeno nel breve periodo, investire pesantemente risorse su grandi eventi di mera immagine e di sistema come nel passato, quanto invece mettere in condizione di creare valore con immediati e più fruttiferi scambi commerciali.
Crediamo importante ricostruire anche una adeguata distribuzione nazionale, a supporto del mercato domestico. Nell’ultimo decennio, noi Paese della manifattura d’eccellenza della Moda, abbiamo visto troppo passivamente scomparire quel segno distintivo di peculiarità che rappresentavano i nostri centri storici, ricchi di vetrine di produzioni di qualità indiscussa, che richiamava tantissimi visitatori internazionali.
Oggi abbiamo davanti agli occhi una barbara omologazione metropolitana, con prodotti troppo spesso di bassissimo livello qualitativo, veda il fast-fashion, prodotti chissà dove con politiche di marginalità enormi che, da un lato hanno incrementato le problematiche di inquinamento globale e subcultura nei diritti umani minimi dei lavoratori di Paesi terzi, dall’ altro hanno innescato una guerra commerciale di spazi distributivi rendendoli inavvicinabili, a causa di prezzi esorbitanti alle nostre piccole medie realtà nazionali.
Da un recente studio di settore – ed io ne sono sempre stato convinto – la disaffezione del consumatore italiano al prodotto Moda nazionale non è dovuto alla scarsa attenzione alla qualità negli approvvigionamenti, men che meno alla poca conoscenza delle dinamiche negative dei prodotti usa e getta quanto alla mancanza di potere d’acquisto. Sarà fondamentale creare un sistema attraverso il quale le famiglie possano detrarre parte della spesa in abbigliamento e accessori Made in Italy e quindi tornare ad essere direttamente protagonisti di un ciclo economico virtuoso di ricostruzione nazionale tanto valoriale quanto ecologico.
Riguardo il tema reshoring, il riportare in Italia le produzioni di Moda delocalizzate in Paesi a basso costo di manodopera da parte di chi ha rincorso negli anni interessi di profitto e non certo di filiera, auspichiamo fortemente che, qualora fossero previsti dei contributi sotto forma di incentivi, essi siano legati a molto serie imposizioni di strategie pluriennali, concordate a livello centrale e che, una volta per tutte, scongiurino politiche di filiere illegali, concorrenza sleale e strozzature verso il mondo del terzismo d’eccellenza di cui l’Italia, come sa, è molto ricca. Concordiamo il varo di politiche che supportino gli investimenti di gruppi italiani di produzione nel breve e medio periodo considerando, a malincuore, che negli ultimi anni davvero troppe, troppe importanti realtà storiche di grandi firme della Moda hanno cambiato bandiera, causando inevitabilmente un impoverimento diffuso di raccordo e una dispersione delle risorse dedicate al sistema Moda italiano.

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