L’ondata di calore che in questi giorni stringe l’Italia nella sua morsa è molto più di una normale estate torrida. È la manifestazione più acuta di un fenomeno strutturale che uno studio scientifico pubblicato pochi giorni fa su Nature Climate Change ha misurato con dati impietosi: in settant’anni, un miliardo di persone in più si sono ritrovate esposte ogni anno al caldo estremo.
Secondo l’ultimo bollettino diramato dal ministero della Salute, per la giornata di oggi 25 giugno, sono 17 le città italiane con il bollino rosso — il livello massimo di allerta. Le temperature oscillano tra i 38 e i 40 gradi da Nord a Sud, e la notte non porta più sollievo: i meteorologi parlano già di “notti super tropicali”, quelle in cui il termometro non scende sotto i 25 gradi nemmeno nelle ore più buie. Un termine mutuato dalla Corea del Sud, dove questo fenomeno era già noto. Ora tocca anche a noi.
Un giugno da primato, peggio del 2003
L’ondata di calore in corso è iniziata il 17 giugno e, secondo le proiezioni meteorologiche, potrebbe protrarsi senza interruzioni significative fino almeno ai primissimi giorni di luglio. Se così fosse, supererebbe per intensità e continuità il celebre giugno del 2003, fino ad oggi il riferimento assoluto nelle cronache del caldo estremo in Italia. La differenza non è solo di grado: nel 2003 ci furono due distinte fiammate africane di circa una settimana ciascuna; stavolta si tratta di un unico, prolungato blocco di alta pressione subtropicale, senza alcuna pausa di recupero per il territorio e per i corpi.
Le previsioni indicano un ulteriore peggioramento nel fine settimana del 28-29 giugno, quando il cuore dell’anticiclone africano si sposterà a posizionarsi direttamente sull’Italia e sul Mediterraneo centrale. I picchi potrebbero raggiungere o superare i 40 gradi. In alcune zone costiere, l’elevata umidità potrebbe far schizzare la temperatura percepita ben oltre i 45 gradi.
La scienza lo aveva previsto: i numeri dello studio ECMWF
Non è solo una questione di percezione o di memoria corta. I dati lo confermano. La ricerca firmata da Rebecca Emerton, Julien Nicolas, Anna Lombardi e Claudia Di Napoli — condotta dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) — ha analizzato l’evoluzione globale dello stress termico dal 1950 al 2024 utilizzando l’Indice Universale del Clima Termico (UTCI), che misura il caldo percepito tenendo conto non solo della temperatura, ma anche di umidità, vento e radiazione solare.
I risultati sono netti. Le temperature percepite nelle dieci notti più calde dell’anno sono aumentate di 0,32 °C per decennio dagli anni Settanta — un ritmo più rapido rispetto ai giorni, dove l’incremento si ferma a 0,27 °C per decennio. Un divario apparentemente modesto, ma con conseguenze sanitarie enormi: le notti calde impediscono al corpo di recuperare dallo stress diurno, aumentando il rischio di mortalità, soprattutto tra anziani, bambini e persone con patologie croniche.
In Europa il caldo estremo si verifica oggi 2,5 volte più spesso rispetto agli anni Settanta. Nelle aree subtropicali — tra cui il Mediterraneo — si registrano fino a 50 giornate aggiuntive all’anno con stress termico significativo. La stagione del caldo moderato in Europa inizia ora a metà maggio, anziché a inizio giugno. E il 70% della popolazione mondiale trascorre oggi almeno 90 giorni all’anno in condizioni di forte stress termico, contro il 55% degli anni Settanta.
Un’emergenza sanitaria, non solo meteorologica
L’Organizzazione mondiale della Sanità ha già alzato l’allarme: l’ondata di calore in corso in Europa assume i tratti di una vera emergenza sanitaria. I blackout in diverse città, causati dall’impennata dei consumi energetici per il condizionamento, sono solo il segnale più visibile di un sistema sotto pressione. A rischio sono soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione: anziani che vivono soli, senza accesso al fresco; lavoratori esposti all’aperto; turisti non acclimatati che affollano le capitali europee.
Lo studio dell’ECMWF avverte che le strategie di adattamento devono considerare anche il caldo notturno, spesso sottovalutato nei piani di emergenza. Non bastano i sistemi di allerta diurna: servono rifugi climatici accessibili nelle ore serali, sorveglianza continuativa sulle persone fragili e una pianificazione urbana che tenga conto delle isole di calore. Per ora, le previsioni indicano un possibile allentamento solo dopo il 5 luglio, con l’arrivo di perturbazioni atlantiche. Ma il rischio è che il contrasto tra l’aria fredda in arrivo e quella caldissima presente generi fenomeni estremi: grandinate, nubifragi, venti forti. Dalla canicola alla tempesta, senza soluzione di continuità.
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