Berengo Gardin svela l’anima di Roma

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La Roma maestosa e quella popolare, dei mestieri artigianali e delle comparse di Cinecittà; la Roma dell’Appia Antica, del Tevere e delle scritte sui muri, del clero e della periferia, delle manifestazioni e delle giornate di pioggia. Ma è soprattutto la Roma della gente, con i volti, gli sguardi, i gesti, quella a cui Gianni Berengo Gardin ha reso omaggio nella grande mostra allestita al Casale di Santa Maria Nova sull’Appia Antica dal 29 settembre al 12 gennaio, a cura di Giuliano Sergio. L’esposizione, intitolata semplicemente “Roma”, accoglie una selezione di 75 scatti, di cui 25 inediti, che coprono un arco temporale di circa 60 anni, dal secondo dopoguerra a oggi, nei quali il fotografo riesce a raccontare le atmosfere e il clima di una città complessa e contraddittoria, oltre che bellissima. Nella mostra, promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma e organizzata da Electa con Fondazione Forma per la Fotografia, la narrazione si gioca tutta sull’autenticità, svolta su due binari: da un lato le immagini, con l’occhio talentuoso e perspicace di uno dei più grandi fotografi al mondo, dall’altra le parole, quelle di Berengo Gardin che ricorda la “sua” esperienza di Roma. Sono piccole frasi, che puntellano il percorso espositivo, in cui l’autore ripercorre pagine della sua vita tra il 1940 e il 1947, anni dell’infanzia e della prima adolescenza trascorsi proprio nella Capitale, nel rione Celio: dalla frequentazione assidua da ragazzino dell’Ombra Jovinelli, del Capranica e del Capranichetta, al ricordo dei combattimenti tra la Resistenza e i tedeschi a San Paolo Fuori le Mura, dalla tessera per mangiare alla morte del suo migliore amico e compagno di banco durante un improvviso attacco aereo, fino alla madre convinta da una veggente sul futuro da grande viaggiatore che avrebbe avuto suo figlio, magari come diplomatico. Dopo aver lasciato Roma, Berengo Gardin vi tornò negli anni ’50, da fotografo professionista del settimanale Il Mondo di Mario Pannunzio, e poi ancora nei decenni successivi per i suoi celebri reportage. Perfetta anche la location, in questo continuo svelamento per immagini dell’anima e dei tanti volti di Roma: non poteva esserci infatti spazio migliore della Tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica, luogo che reca su di sé i segni evidenti dell’evoluzione storico-paesaggistica della città, in un percorso in cui l’allestimento elegante, leggero e sobrio è capace di creare un relazione dialettica tra le immagini e lo spettatore. “Più che l’architettura ho fotografato i romani. Se fossero delle belle cartoline forse magari queste foto potrebbero piacere di più”, ha detto oggi Berengo Gardin nel corso della presentazione. “Ho vissuto a Roma negli anni ’40, seguivamo un’educazione fascista”, ha ricordato, “a scuola ci avevano promesso che i più bravi avrebbero montato guardia a Palazzo Venezia. Io che ero un pessimo studente mi impegnai al massimo. Ma poi questo mi ha aiutato a diventare comunista e lo sono anche ora”. Con uno spirito di osservazione sempre vigile e una curiosità mai domata, il Maestro ha spiegato che “un fotografo fotografa sempre, e lo farò anche oggi, in questo parco”, ha detto guardando il meraviglioso verde e le rovine antiche tutto intorno. “Gli inediti in mostra fanno parte del mio archivio, in cui ci sono 1 milione 800 mila scatti. All’inizio quelle foto non le consideravo interessanti, poi lo sono diventate invecchiando”, ha spiegato, ricordando di aver “conosciuto tutta l’Italia e anche l’Europa grazie al suo lavoro” e confessando la sua preferenza “per la campagna inglese, poi per Parigi e infine per Roma”. “La mostra offre la memoria di Berengo Gardin che è poi memoria di tutti”, ha detto il curatore Giuliano Sergio, “è anche un’occasione per ripensare la città, per vedere la memoria dell’archivio del maestro e da lì ripartire per nuovi racconti”.

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